Dal Teatro alla Scala di Milano, al Teatro Massimo di Palermo, al Regio di Parma, al San Carlo di Napoli, si ha la sensazione che i cartelloni siano ripetitivi, con i soliti famosi titoli di Verdi, Puccini e Wagner. Spesso si trovano Rigoletto, Traviata, Trovatore, Tosca, L’olandese volante, La Valchiria. Chi scrive, l’altra sera, alla Scala, ha rivisto Rigoletto, nella regia interessante e, per certi versi, coraggiosa, di Mario Martone. La direzione musicale, a mio modesto avviso, è stata non brillante. Marco Armillato è un Maestro indiscusso, ma in tre ore di musica non ho goduto della partitura bellissima di Verdi, delle sfumature dell’orchestra prodigiose, della sublime vocalità dell’opera. Insomma, sono tornato a casa e ho riascoltato con gioia un vecchio vinile con le voci di Cornell MacNeil, Joan Sutherland, Renato Cioni, Fernando Corena, Cesare Siepi e Stefania Malagù, sotto la bacchetta di Nino Sanzogno e il Coro e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Non avevo in casa l’interpretazione di Giulini, la migliore.

Cosa dire dopo un ascolto di un’opera così celebre alla Scala? Rigoletto dovrebbe essere il meglio della produzione. Queste opere celeberrime non dovrebbero dipendere solo dalla nuova regia, ma da una squadra di artisti e un Maestro brillante. Altrimenti siamo al livello del teatro di repertorio, come molti in Europa e in America, e non in un tempio della musica come la Scala. Eppure le date dal 10 al 25 ottobre sono sold out. Rigoletto, in qualunque modo, se si perde a Milano, lo si trova a Palermo, al Teatro Massimo, nella prossima stagione.