L’ora legale è stata introdotta all’inizio del Novecento con un obiettivo apparentemente semplice: risparmiare energia sfruttando meglio la luce naturale. Da allora è diventata una consuetudine per oltre settanta Paesi, adottata in nome dell’efficienza e del benessere collettivo. Eppure, con il passare del tempo, l’attenzione si è spostata sempre più dagli aspetti economici a quelli sanitari, e oggi si discute se questo spostamento delle lancette non comporti, almeno per alcuni, più svantaggi che benefici.
Lo studio
La nostra revisione, condotta dal Centro di Medicina del Sonno dell’Irccs Neuromed in collaborazione con l’Università di Pavia, la Fondazione Mondino, il Consiglio nazionale delle ricerche, l’Università Uninettuno e l’Università di Genova, pubblicata sulla rivista Sleep Medicine Reviews, ha permesso di riunire e analizzare criticamente gli studi condotti negli ultimi quarant’anni sull’impatto dell’ora legale. Lo scopo era valutare se le transizioni stagionali (in particolare quella primaverile, quando si spostano in avanti le lancette) influenzino davvero il sonno, la vigilanza e la salute in generale.
Gli effetti
Dall’esame dei ventisette lavori inclusi emerge una tendenza chiara. Il passaggio all’ora legale determina una riduzione della durata del sonno e un aumento della sua frammentazione. Questo si traduce in una maggiore sonnolenza diurna e, in alcuni casi, in un calo dell’attenzione e della concentrazione. Gli effetti risultano più evidenti nei cronotipi serali, i cosiddetti “gufi”, le persone che tendono ad addormentarsi e svegliarsi più tardi, ma anche negli adolescenti e nei lavoratori a turni, categorie già di per sé più vulnerabili alle alterazioni del ritmo circadiano.












