Sconcerta leggere su un importante quotidiano che la riforma costituzionale sulla giustizia non va bene perché, con essa, un potere (quello esecutivo) propone di modificare l’assetto di un altro potere, quello giudiziario (Carlo Verdelli, Corriere della Sera, 10 novembre): ragionamento singolare, come se esistesse una sorta di immunità di quest’ultimo potere rispetto alle modifiche costituzionali... Se uno studente o studentessa del prim’anno esponesse consimile idea all’esame di diritto costituzionale, temo faticherebbe assai a superarlo. E prima di congedarlo/a, mi preoccuperei di ricordare a lui o a lei che la riforma sulla quale si andrà a referendum è stata approvata non da un maligno autocrate, ma dal potere competente, cioè dal Parlamento attraverso la procedura di revisione della Costituzione prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Bando all’accademia, però: qui si tratta di rendere comprensibile una materia obbiettivamente complessa, e di evitare che vengano diffuse sciocchezze o falsità. Per far questo, è meglio lasciar da parte complicati scenari di riequilibrio tra potere giudiziario e potere politico. Intendiamoci, il problema c’è: il fatto che il giudiziario, in tutte le più importanti democrazie liberali dell’occidente, abbia guadagnato spazi di intervento a scapito della rappresentanza politica democratica è sotto gli occhi di tutti. Ma questa riforma si occupa d’altro e non ha l’ambizione di regolare una simile questione, la quale ha caratteri culturali e strutturali che per essere modificati richiederebbero riflessioni e interventi di lungo respiro. La riforma sulla quale si voterà serve invece, qui e ora, a due cose importanti, che interessano tutti.







