Tra le posizioni esasperate del fronte del No alla riforma Nordio di separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, due che mi colpiscono particolarmente: l’apologia della soluzione italiana di governo del sistema giudiziario che si distinguerebbe nel mondo perla sua originalità, e l’accusa al centrodestra di voler stravolgere la Costituzione italiana. Chi applaude l’originalità della “soluzione” italiana del rapporto giudici-pm scorda di riflettere su come nasce questa “soluzione” che non deriva dal vecchio Stato liberale postrisorgimentale che come tutte le democrazie europee in via di assestamento nell’Ottocento prevedeva una netta separazione tra giudici indipendenti e magistrati inquirenti, bensì è una scelta del regime fascista con una legge del 1934 che risponde a una logica corporativistica, mortale nemica di qualsiasi libera dialettica sociale, politica e infine anche di quella tra un’accusa e una difesa che nel processo possano godere di parità di diritti e della terzietà del giudice.

Ma perché - ci si chiederà nell’Assemblea costituente - non si corresse questa anomalia italiana e non si scelse di seguire l’impostazione modernamente liberale proposta innanzi tutto da una grande personalità giuridica e antifascista come Piero Calamandrei? Il fatto è che la nostra Costituzione che nei suoi valori offre una bussola fondamentale per il senso di cittadinanza di un italiano, nella parte ordinamentale è segnata anche dal contesto storico in cui è stata scritta cioè quello della Guerra fredda: una fase in cui il nuovo ceto politico che sta costruendo la Repubblica è radicalmente diviso dalla scelta sui riferimenti internazionali, ma insieme è impegnato a far sì che questa insuperabile divisione non ostacoli la ricostruzione e il rilancio della nostra nazione. E così si sceglie il “male minore” cioè di non alimentare tensioni in un corpo fondamentale dello Stato.