Certe ferite non vanno evitate ma traversate: solo traversandole diventano memoria e poi, col tempo, libertà. Lasciarsi bene non è lasciarsi senza dolore, ma senza bugie
di Mattia Insolia
3 minuti di lettura
Circa quattro anni fa ho vissuto uno dei periodi peggiori della mia vita. È durato sei mesi, pure se quelli davvero pesanti sono stati i primi tre; poi più che altro si è trattato degli strascichi di quel dolore, l’inevitabile assestamento. Niente di grave: sono stato lasciato dopo tre anni di relazione - succede a tutti. Quella sera nel suo appartamento quando mi ha mollato - poche, brevi parole: non ce la faccio più, mi spiace - non ho versato una lacrima e, salutandoci, gli ho augurato il meglio. L’ho ringraziato per gli anni assieme e gli ho ricordato che aveva due biglietti per uno spettacolo che gli avevo regalato. Infine, dopo aver parlato di ciò che non saremmo mai stati, gli ho detto addio.
Tutto benissimo, insomma. Una rottura sana e priva di drammi tra due persone adulte che volevano lasciarsi a vicenda dei bei ricordi, o così credevo. Passato un mese, su Instagram - il profilo non ce l’ha; è uno di quelli, sì -, ho visto la sua faccia in una foto di un’amica comune e gli argini non hanno retto: ho pianto per i sei mesi seguenti. È così che ho scoperto che ci sono studi per cui vedere la foto di un ex attiva nel nostro cervello le stesse regioni stimolate da una bruciatura o una ferita: lasciarsi fa male in senso chimico, fisico. È un dolore vero, si può vedere. Eppure quella sera con lui avevo cercato di rendere la cosa morbida per entrambi. Non volevo che avesse dei brutti ricordi di me, che anni di relazione finissero riassunti in una singola serata di pianti.






