Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, “Un semplice incidente” non è il miglior film dell’iraniano Jafar Panahi, anche se si tratta di un lavoro efficace, persino divertente in certi momenti, sempre pronto a mettere sulla bilancia dilemmi morali inquietanti e risvolti politici drammatici. D’altronde Panahi, più volte arrestato dal regime degli ayatollah e condannato al carcere, infine scarcerato due anni fa, è riuscito finalmente, da uomo libero, a raggiungere di persona un festival che ospitava i suoi film, al posto di una sedia vuota che ogni volta veniva usata per ricordare la situazione. Forse la sua presenza a Cannes ha contribuito a creare un’attesa ancora più sentita e a trovare il consenso maggiore dalla giuria, ma sarebbe ingiusto pensare a un’opera premiata solo per questa circostanza emozionale, anche perché nella sua carriera le vittorie a Cannes, Venezia, Berlino e Locarno al regista non mancano. Tre anni dopo “Gli orsi non esistono”, premio speciale della Giuria a Venezia, “Un semplice incidente” parte da un episodio piuttosto ordinario, spiacevole senz’altro, ma come può capitare a tanti automobilisti. Una famiglia sta percorrendo una strada di notte in auto: il padre alla guida uccide involontariamente un animale, riprende la corsa, ma l’auto risulta danneggiata. Si fermano nell’unico posto aperto per chiedere aiuto, con lui ci sono anche la moglie incinta e un figlio. Ma tra i presenti c’è qualcuno che crede di rivedere in lui il proprio terribile torturatore che gli ha segnato la vita. Lo riconosce soprattutto per una protesi al posto della gamba, perduta in Siria, il cui rumore trasmetteva terrore agli imprigionati dal regime. Così per scacciare il dubbio rintraccia altre persone che subirono la stessa sorte, per capire se quello è davvero l’uomo che li aveva martoriati a lungo. Intanto scelgono di rapirlo, prima di decidere se perdonarlo o meno. Panahi si serve del road movie per raccontare una storia pessimista sulla determinazione del Potere e la sua pervicacia al Male, sulla responsabilità del singolo (il torturatore va ucciso o perdonato da parte del gruppo?), sulla moralità del perdono, sul ribaltamento dei ruoli (il probabile carceriere ora è incarcerato), sul campo/controcampo morale della storia. Un film durissimo, anche se meno complesso di altri dello stesso autore, ma che sa ritagliarsi lungo la strada per tutta la prima parte anche momenti di comicità surreale, e che partendo da Beckett, e da Polanski (“La morte e la fanciulla”) arriva ad attendere anch’esso il suo Godot, la liberazione dalla disumana dittatura. Ma, come spiega bene l’ultima agghiacciante sequenza, il Potere non si debella facilmente: basta soltanto un rumore riconoscibile per seminare il terrore. Voto: 7,5.
Perdonare o non perdonare: il cinema morale di Panahi . Day-Lewis jr.: Anemone sfiorito
Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, “Un semplice incidente” non è il miglior film dell’iraniano Jafar Panahi, anche se si tratta di un lavoro...







