Del resto l’idea della vecchia, cara «patrimoniale» rispunta fuori in ogni confronto sulla manovra, in ogni tornata elettorale. E più volte la leader dem ha sostenuto che serve una «tassazione equa sui grandi patrimoni» e che la «patrimoniale non deve essere un tabù». Persino il suo punto di riferimento, Pedro Sanchez in Spagna ha issato la bandiera del "Robin Hood" del Terzo Millennio. Resta tuttavia un abisso, o meglio, un oceano di mezzo tra Europa e Stati Uniti e soprattutto tra Roma e New York. Il "rivoluzionario" Mamdani vuole introdurre un aumento del 2% dell’imposta sui redditi per chi guadagna più di 1 milione di dollari all’anno e un rialzo l’aliquota fiscale sulle società dal 7,25% all’11,5%. In Italia per la prima siamo già al 43% e per la seconda al 24%. Il confronto è disarmante. Aumentare ulteriormente la pressione fiscale sui redditi più altri significherebbe impoverire ulteriormente il ceto medio e incoraggiare la fuga nei paradisi fiscale da quei «paperoni» che si vorrebbero colpire. Ma il «copyright» dall’estero, si sa ha sempre esercitato un fascino particolare nel Pd italiano. Distinguo invece per i Cinquestelle che per tutta la giornata del risultato newyorkese non avevano commentato. Nella serata invece è stato il leader Giuseppe Conte ad analizzare (in modo certamente più lucido e razionale) da Bruno Vespa la vittoria di Mamdani: «New York non è gli Stati Uniti. È una città ovviamente particolare.