Se Un semplice incidente è uno dei maggiori film dell’anno, forse il migliore, non è perché affronti un tema politico, perché è (anche) un atto di resistenza al regime iraniano o perché racconti una storia che mostra qualcosa che raramente viene mostrato. È perché racconta una storia a cui il suo autore ha partecipato e subito e perché invece di raccontarla con rabbia, la racconta con una commedia. E non è nemmeno una di quelle commedie in cui si prendono in giro i cattivi. È una commedia simile a quelle italiane, in cui si partecipa del dramma di tutti e su tutto emerge un irresistibile amore per le persone e la loro umanità.
Sarebbe facile fare di un film in cui un meccanico, nel ricevere la macchina incidentata di un cliente e riconoscendo dal rumore della sua gamba di legno che è la persona che lo torturò quando fu arrestato, una storia senza fiducia nei confronti dell’umanità. Anche perché questo meccanico reagisce a sua volta in maniera disumana: lo rapisce, lo porta nel deserto e comincia a scavare una buca per seppellirlo vivo. Già lo spunto da solo racconta come i regimi repressivi annullino lo spirito umano, sia in chi tortura sia in chi è torturato. Invece la grandezza di Jafar Panahi, che il film l’ha scritto e diretto di nascosto (perché si rifiuta di sottoporre la sceneggiatura alla commissione censura che dovrebbe approvarla), è di dare al suo protagonista un dubbio, di indurlo a coinvolgere altre persone che sono state prigioniere con lui per sentire la loro opinione: è o non è l’uomo che li maltrattò?







