C’è chi lo fa in nome del progresso della medicina, chi per avere accesso a controlli periodici e gratuiti, chi perché è affetto da una particolare malattia e cerca un vantaggio terapeutico. Sono i volontari che partecipano alle sperimentazioni cliniche: qualche decina di migliaia in Italia ogni anno (Farmindustria parla di 35 mila pazienti arruolati nel 2020) per oltre 600 sperimentazioni autorizzate nel 2023. Eppure di loro si sa poco, e si parla ancora meno. A meno che, come rileva in questo caso un’indagine condotta dal quotidiano britannico The Guardian, non emerga un problema grave: quello della sottorappresentanza di una specifica fascia di popolazione.
Negli studi e nelle ricerche del Regno Unito mancano, scrive infatti il Guardian, i ragazzi della Generazione Z, nati tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2000. I dati sono allarmanti: le persone tra i 18 e i 24 anni costituiscono l'8% della popolazione inglese, ma rappresentano solo il 4,4% dei partecipanti alla ricerca medica.
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Giovani poco rappresentati
I numeri del National Institute of Health and Care Research (Nihr), l’agenzia governativa che finanzia la ricerca nel campo della salute e dell'assistenza, dicono per esempio che tra aprile 2021 e marzo 2024, solo 32.879 adulti tra i 18 e i 24 anni hanno partecipato a 5.042 studi sostenuti dal Nihr – una media di appena sette giovani per trial. Per fare un confronto, le persone con 85 anni o più rappresentano solo il 2% della popolazione, ma costituiscono il 4,2 % dei partecipanti agli studi clinici. Le conseguenze di questa assenza si vedranno sul lungo periodo: milioni di giovani rischiano di non beneficiare di nuove terapie per le loro malattie, e di dover utilizzare farmaci potenzialmente inadeguati, inefficaci o persino pericolosi, perché progettati e sperimentati solo su individui più in là con gli anni.






