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Ultimo aggiornamento: 8:00
Camerun e Tanzania la scorsa settimana sono tornati alle urne, ma più che un momento di scelta, le elezioni sono sembrate una pura formalità. Due storie che si intrecciano attorno a un copione già scritto: presidenti che restano al potere, opposizioni messe all’angolo e un popolo sempre più disilluso davanti a una democrazia di facciata. I giovani in Africa sono sì maggioranza assoluta ma, per contare, devono sfidare il rischio della repressione. I giovani affollano città e campus, ma pesano poco nelle arene istituzionali. È una frattura che si vede nei cortei, nei social e nelle urne.
Le immagini che sono arrivate in questi giorni dalla Tanzania delineano un quadro drammatico: strade deserte, barricate in fiamme e scontri che si estendono ben oltre la capitale commerciale, Dar es Salaam. Le tensioni si concentrano intorno ai seggi elettorali, teatro di assalti e devastazioni. Molti dei manifestanti sono giovanissimi. Elezioni a dir poco contestate, che come previsto hanno eletto presidente Samia Suluhu Hassan. Le stesse immagini di protesta sono arrivate via social dal Camerun non appena Paul Biya è stato eletto alla presidenza per l’ottava volta consecutiva. Novantadue anni, al potere dal 1982, è oggi il capo di Stato più anziano del mondo ancora in carica. Alla vigilia del voto, nessuno dubitava del risultato, tra accuse di manipolazione elettorale e il silenzio assordante di un’opposizione ormai stremata.








