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4 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 0:30

Mentre il Brasile si prepara ad accogliere la Conferenza delle Parti sul clima, l’agribusiness soffoca l’Amazzonia che quest’anno accoglie la Cop 30 a Belém (Leggi l’approfondimento). A Porto Velho (Rondônia) e Lábrea (Amazonas), dentro e intorno alla più grande foresta pluviale del pianeta, si respira aria contaminata da livelli di particelle tossiche superiori a quelli di molte megalopoli mondiali, come San Paolo, Pechino o Londra. Lo raccontano i dati di un report appena pubblicato da Greenpeace International. La quasi totalità degli incendi nell’Amazzonia brasiliana, inoltre, è causata da attività umane e concentrata in aree soggette a sfruttamento agricolo. Secondo i dati di MapBiomas, il pascolo rappresenta oltre il 90% di tutte le aree deforestate dell’Amazzonia brasiliana e, nel 2025, il 75% delle aree bruciate entro 50 chilometri da Porto Velho. Segno, secondo la ong, che gli incendi sono appiccati intenzionalmente per liberare terreni forestali e destinarli al pascolo di bestiame e, quindi, alla domanda di carne bovina guidata dall’industria agroalimentare. E questo, nonostante la legge brasiliana vieti severamente la combustione non autorizzata a fini di deforestazione. Nel report si sottolinea anche che oltre 30 milioni di ettari, un’estensione pari alle dimensioni dell’Italia, sono stati bruciati in un raggio di 360 chilometri intorno agli stabilimenti di Jbs, la più grande azienda produttrice di carne al mondo. Che, però, si difende, sostenendo che le distanze di approvvigionamento variano di Stato in Stato.