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Siamo debilitati dal buio fatto da dolore, paura, angoscia, frustrazioni, ferite, fallimenti. Ancor più l’oscurità della morte ci fa sentire persi. Però è meglio accendere una luce - anche se fioca o incerta - che stare a maledire l’oscurità

Quando un prete è in confessionale, tra un penitente e l’altro, resta in attesa silenziosa. È un tempo opportuno per pregare, leggere, meditare sul Mistero di Dio e riflettere sui misteri della vita, per preparare prediche o attività, per riordinare messaggi e recuperare mail, ma diventa anche occasione per guardarsi intorno. Da lì si vedono le magagne dei muri della Chiesa da sistemare, ma soprattutto si osservano le persone che passano.

Mi è capitato da questo punto di vista molto particolare, di poter assistere a una scena che mi ha molto toccato. Una maestra del primo anno della primaria (una volta si diceva prima elementare), come lezione di religione, in occasione dell’avvicinarsi della festa di tutti i Santi e della commemorazione dei defunti, ha portato i bambini in chiesa per spiegare cosa fosse il paradiso. Gli occhi dei bambini rimbalzavano da un dettaglio all’altro con grande meraviglia. Per diversi era uno spazio sconosciuto. Non è più così scontato che a 6 anni un ragazzino sia entrato in chiesa qualche volta dopo esservi stato portato per il battesimo appena nato. Quindi ci sarebbe poi da considerare la percentuale crescente dei ragazzi non battezzati perché di altra religione o per scelta laica dei genitori. L’insegnante ha chiesto: «Chi sono i Santi?». Una bimba ha risposto: «Quelli che fanno passare la luce!». Definizione fantastica! Il pensiero mi è rimasto nel cuore e guardando anche io con loro l’edificio sacro, ho riflettuto quanto sia vero che le persone sono proprio come le vetrate delle chiese: rivelano la loro bellezza quando intorno c’è buio, ma solo se hanno una luce all’interno. Tutti ci troviamo a lottare dentro il nero e con il nero dentro.