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Torniamo a leggere per non morire dentro, per non appiattirci, per non diventare spettatori della nostra decadenza
Caro Vittorio,
«il verbo leggere non sopporta l' imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi, come amare o sognare». Queste parole di Pennac sembrano perfette per complimentarmi per la scelta di pubblicare un libro sulla lettura. Da una recente indagine è emerso che la grande maggioranza degli italiani non legge perché considera la lettura una perdita di tempo. Fino ad un secolo fa c'era moltissima gente che leggeva perché aveva molto tempo a disposizione e non aveva nulla o poco da fare: le signore ricche, i nobili, i religiosi. In mancanza di cinema e tv, ci si occupava dei fatti altrui tramite i romanzi, sorta di pettegolezzo sublimato. Con l'aumentata scolarizzazione, si legge più di un tempo: manuali d'istruzione, elenchi telefonici, pieghevoli, pannelli e cartelloni pubblicitari, molti leggono quotidiani e riviste, oppure leggono la mano o nel pensiero: ma pochi sono quelli che leggono libri. Quanto al tempo considerato perso leggendo, credo che andrebbe vissuto. Flaubert scriveva: «Non leggete per divertirvi, come fanno i bambini, o per istruirvi, come gli ambiziosi. No: leggete per vivere».






