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La speranza non è "l'alibi dei pigri" che non fanno nulla e attendendo che altri si impegnino, mentre intanto sbadigliano un "chissà, speriamo"
Ci sono situazioni sfidanti, che di colpo mostrano l'altra faccia della medaglia e diventano sfibranti. Nei miei incontri da prete, degno di memoria è quello con un tale che mi confida alcune problematiche che lo incupiscono. Avverto un abbondante senso di frustrazione e di pessimismo. Il tema della mia risposta è la speranza. In pieno stile da confessionale - con le porte aperte per sperare, appunto, di percepire un filo d'aria nel caldo torrido delle strette pareti lignee - infiocchetto il tema e ci metto in conclusione un bel riferimento al Giubileo di quest'anno che ha proprio come titolo pellegrini di speranza. Ho la stessa soddisfazione che si ha quando si conclude una torta con una bella spruzzata finale di panna montata decorativa e arzigogolata in gustosi riccioli. Alla mia riflessione fa eco la sua risposta che però mi smonta e fa afflosciare tutto: «Bo mah chissà speriamo». È incredibile come uno «speriamo» può inquinare la speranza. Mi ricorda un'immagine che ho visto in un post su un social. Era fotografato un foglio di quaderno al centro del quale, con un pennarello a punta larga era stato scritto in grande e in stampatello maiuscolo: «BASTA CREDERCI». In basso, sull'ultima riga della pagina, con carattere più piccolo e in corsivo c'era una frase che aveva la potenza di destabilizzare e di interpellare: «Ora sta a te decidere come leggere la frase». Infatti incredibilmente «basta crederci» può significare «è ora di smettere di abboccare, è ora di finirla: basta crederci!», ma può






