Roma, 30 ott. (askanews) – Le recenti, ulteriori purghe ai vertici delle forze armate cinesi hanno riacceso il dibattito tra analisti e osservatori internazionali sulla reale solidità del potere di Xi Jinping, divisi tra chi legge le epurazioni come un segno di forza e chi, al contrario, come un sintomo di crescente insicurezza.
Il politologo statunitense Graham Allison, già autore di “Destined for War” e attento studioso della competizione strategica tra Washington e Pechino, ha sottolineato su X che “la capacità di Xi di epurare anche i vertici più influenti e potenti dell’Esercito popolare di liberazione è la prova del suo controllo, non della sua debolezza”. Allison ricorda che, nei suoi tredici anni alla guida della Cina, il leader comunista ha consolidato in modo sostanziale il proprio potere, ma continua a confrontarsi con problemi di corruzione e lealtà. “Riformare l’esercito, sradicare la corruzione e garantire la fedeltà sono compiti monumentali”, ha scritto.
Una visione opposta arriva da Brahma Chellaney, analista geopolitico indiano, secondo cui Xi “sta giocando a un interminabile Whac-a-Rival (“Acchiappa il rivale”, una variante del gioco “Acchiappa la talpa”, ndr.), cercando disperatamente di mantenere la presa sul potere”. Nel suo ultimo commento sul suo blog, Chellaney osserva che, nonostante più di un decennio di promozioni basate sulla fedeltà personale, Xi continua a rimuovere e indagare alti funzionari, segno che “vede nemici ovunque”.






