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Secondo il New York Times, la lunga serie di epurazioni ai vertici militari cinesi rivela un potere sempre più concentrato e una paranoia crescente di Xi Jinping. Con effetti destabilizzanti sull’apparato statale
Negli ultimi anni, il potere in Cina ha assunto i contorni di una fortezza assediata. Xi Jinping, al timone del Partito comunista da quasi quattordici anni, ha costruito un sistema fondato su controllo, disciplina e fedeltà assoluta. Ma proprio mentre la sua posizione sembra più solida che mai, la catena di comando militare appare sempre più fragile. Generali che scompaiono dalla scena pubblica, annunci improvvisi di indagini per “gravi violazioni”, assenze non spiegate dai vertici delle forze armate: segnali che indicano non solo una lotta alla corruzione, ma un clima di sospetto permanente. L’Esercito Popolare di Liberazione, pilastro della stabilità interna e strumento chiave delle ambizioni globali di Pechino, è diventato il principale teatro di una serie di epurazioni senza precedenti. In un sistema autoritario, colpire i ranghi militari equivale a lanciare un messaggio chiaro: nessuno è intoccabile, nemmeno chi è stato scelto personalmente dal leader.






