Ci sono due parti lese, nella censura imposta a Emanuele Fiano, ebreo e democratico, da un manipolo di “giovani comunisti” pro Pal che gli hanno impedito di parlare a Ca’ Foscari. Una è la libertà di espressione — non solo quella di Fiano: quella di tutti. Lesione tanto evidente, e tanto grave, da non richiedere mezza parola ulteriore.

L’altra parte lesa è meno evidente, eppure è quella che più spaventa. E rattrista. Perché se Fiano, per quanto turbato e vittima di un sopruso, ha gli strumenti per capire l’accaduto, i suoi giovani censori no, non ce li hanno. E sono proprio loro l’altra parte lesa, sebbene per violenza autoinferta: ottime o pessime siano le idee di quel gruppo di ragazzi, la pratica della censura, e più in generale della chiusura, non solo è la meno “politica” che si possa concepire, ma rafforza in ogni gesto, ogni parola, la costruzione del circolo chiuso, dell’atrofia culturale, della conventicola dei puri. Pochi, intangibili e soli.

Per il nuovo radicalismo politico giovanile l’intolleranza non è, come fu per padri e nonni, un’arma d’offesa. Diciamo: di violenza attiva. È piuttosto un bozzolo autoprotettivo, confermativo, rassicurante, che porta a reagire a ogni intrusione — dunque a ogni dubbio, ogni discussione — espellendola. Cancellandola.