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I contenuti generati con l’intelligenza artificiale possono distruggere una reputazione in pochi minuti: ecco come comportarsi
Basta una foto pubblicata sui social, un software gratuito e pochi minuti di elaborazione per creare un’immagine falsa, ma perfettamente verosimile. È quanto accaduto alla giornalista Francesca Barra, che ha scoperto la circolazione online di immagini di sé nuda generate dall’intelligenza artificiale e caricate su un sito per adulti. Un episodio che ha scosso l’opinione pubblica, non solo per la brutalità del gesto ma per la consapevolezza che potrebbe accadere a chiunque. “Ho pensato ai miei figli e ho provato paura per ciò che avrebbero potuto leggere”, ha scritto sui social, denunciando pubblicamente la vicenda. La Polizia Postale ha avviato accertamenti, ma il messaggio di fondo è chiaro: la rete è un luogo dove la tecnologia può diventare un’arma, e difendersi è sempre più difficile.
I deepfake nascono come un’evoluzione dell’intelligenza artificiale applicata all’immagine. Possono ricreare volti, voci e movimenti in modo realistico, partendo da foto reali o generandole da zero. Se usati in ambito artistico o cinematografico possono rappresentare una sperimentazione legittima, ma quando vengono impiegati per screditare, manipolare o umiliare, diventano una forma di violenza. Ancora più invasiva è la categoria dei deepnude, in cui l’algoritmo “spoglia” digitalmente i soggetti e li colloca in contesti sessualmente espliciti, diffondendo i materiali in rete senza il consenso delle persone ritratte. Le vittime, quasi sempre donne o ragazze, si trovano così esposte a un danno d’immagine devastante, con conseguenze psicologiche, professionali e familiari.











