Ancora si crede che chi dorme perda tempo. Per questo il pisolino è diventato un (vitale) atto politico. Contro il produttivismo e i social media

di Olga Campofreda

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Dormire un anno intero per non essere costrette ad affrontare i problemi del presente. Quante volte lo abbiamo pensato? Quello che sembra un piano impossibile lo ha realizzato nel 2018 la scrittrice Ottessa Moshfegh raccontandolo nel romanzo Il mio anno di riposo e oblio, diventato negli ultimi anni un vero cult letterario, forse non a caso. La protagonista è una ragazza giovane, bella e socialmente privilegiata, che – insoddisfatta della sua vita e aiutata da uno psichiatra poco raccomandabile – si imbottisce di psicofarmaci sperando che il sonno prolungato possa aiutarla a superare i suoi problemi esistenziali.

“Il mio letargo era autoconservativo”, dice la ragazza a un certo punto di questa storia surreale. Eppure, se presa alla lettera, l’affermazione non è del tutto infondata: dal punto di vista biologico, il sonno contribuisce in modo decisivo sia alla rigenerazione dei tessuti del nostro corpo, sia al rafforzamento del sistema immunitario. Mentre noi ci abbandoniamo all’incoscienza, isolati dal resto del mondo, il sonno di fatto ci aiuta a tenerci in vita, ci fa crescere, ci cura, ci aiuta a sedimentare i ricordi e a sviluppare la memoria. Dormire ci permette anche di entrare in uno stato di totale libertà: una dimensione in cui non siamo costretti a essere produttivi e neppure ci qualifichiamo come consumatori, perfettamente al riparo dalla giostra capitalista del “produci, consuma, crepa”. Ma cosa succede quando questo meccanismo rigenerativo si inceppa?