Il silenzio avvolge strade e palazzi. L’unico rumore che si avverte è quello dei propri passi. Eppure c’è stato un tempo in cui il villaggio Trieste pullulava di gente. Qui, fra l’ex stadio della Vittoria e la Fiera del Levante, nel 1956 vennero accolti i profughi in fuga dalle guerre del Mediterraneo.

Tra questi moltissimi greci di origine italiana. Mentre tutt’ intorno la città prendeva forma, queste case venivano su, mattone dopo mattone, grazie al piano Marshall. Oggi a vederlo così si direbbe più un villaggio fantasma.

Niente scuole, né servizi. Ci sono soltanto un piccolo negozio di alimentari, la chiesa di Sant’ Enrico e il giardino don Tonino Bello, tra le strade dissestate e la scarsa illuminazione specie di sera. Circa 26 palazzine e 5mila abitanti.

«Kaliméra» che tradotto dal greco significa «buongiorno». Ci saluta così la signora Anna, profuga di guerra e docente — ora in pensione — di latino e greco. È affetta da Alzheimer, ma qualche verso di Socrate e di Platone lo ricorda ancora. Tommaso d’Acquisto è cresciuto nel Villaggio, ha studiato e oggi lavora al consolato onorario d’Italia al Pireo, in Grecia. Una volta al mese torna in città per accudire sua madre, anche lei anziana.