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21 OTTOBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 8:16

La recente sentenza del 14 ottobre (giudice Roberta Malavasi), che condanna in primo grado Rosita Grande Aracri a 7 anni e 2 mesi di carcere per il reato di appartenenza ad associazione mafiosa, rappresenta un altro duro colpo inferto alla famiglia Grande Aracri e alla cosca che aveva come epicentro Reggio Emilia. Scrive la SISCO di Bologna (Sezione investigativa della Polizia sulla criminalità organizzata), che ha condotto le indagini per la Procura Distrettuale Antimafia: “Le condanne di Aemilia, Grimilde, Perseverance e Aemilia 1992 hanno di fatto decapitato i vertici della cosca” ma l’attenzione va “mantenuta elevata” per la decennale presenza della ‘ndrangheta in Emilia.

Dietro le sbarre sono ora i capi storici, i fratelli Nicolino e Francesco Grande Aracri, che dialogavano tra Cutro e le rive del Po. Decapitata è anche la famiglia Sarcone, che ha cambiato il vestito della ‘ndrangheta in Emilia Romagna, abbandonando il pizzo per la più remunerativa falsa fatturazione. In carcere sono i fratelli Nicolino, Gianluigi, Carmine e Giuseppe Grande, punto di riferimento della cosca ai piedi delle colline emiliane. Ma altri membri delle famiglie e altre famiglie hanno preso le redini degli affari illeciti, come dimostrano le ultime indagini (Ten, Sisma, Aspromonte Emiliano, ecc.). E quando vengono a mancare gli uomini perché incarcerati, in una ‘ndrangheta che resta comunque profondamente maschilista, sono le donne a rimboccarsi le maniche e a guidare le attività.