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8 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:13

Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, rese note a fine 2025, attestano il ruolo di “capo” ‘ndrangheta rivestito da Carmine Sarcone in Emilia-Romagna. “Capo” non è solo il vertice della organizzazione, dicono i giudici Giuseppe De Marzo e Paolo Valiante, ma anche “colui che abbia incarichi direttivi e risolutivi nella vita del gruppo criminale e nel suo esplicarsi quotidiano”. Non c’è dubbio, aggiungono, che quanto emerso dalle indagini su Carmine Sarcone è idoneo a ritenerlo un membro “qualificato”, che progressivamente ha assunto un ruolo direttivo, soprattutto quanto i fratelli Nicolino e Gianluigi sono finiti dietro le sbarre. Otto anni e quattro mesi di carcere è per lui la condanna definitiva, dopo un lungo percorso giudiziario che consente alla Cassazione di ricostruire l’intera sua storia criminale.

Nel maggio del 2004 Sarcone arrivò a Cutro da Reggio Emilia per collaborare all’omicidio del boss Antonio Dragone, durante la guerra di mafia innescata dai Grande Aracri. Ne studiò gli spostamenti, fornì apparecchi e schede telefoniche al commando, aiutò la fuga degli autori materiali con auto “pulite”. Lo hanno confermato, dice la Cassazione, due affidabili collaboratori di giustizia. Il primo è Giuseppe Liperoti, cresciuto nella ‘ndrangheta assieme a Sarcone negli anni Novanta e lui stesso membro del gruppo che portò a termine l’esecuzione di Dragone con bazooka e kalashnikov. Il secondo è Antonio Valerio, memoria storica della cosca radicata a Reggio Emilia, che aveva avuto certezza del ruolo di Carmine nell’omicidio dai fratelli Blasco e da Alfonso Diletto. Voci da dentro, diffuse attraverso il più potente strumento di comunicazione tra i sodali, che Valerio chiama criminal pop: i sussurri e i si dice della ‘ndrangheta, destinati a passare di bocca in orecchio senza lasciare traccia.