Era la notte tra il 19 e il 20 ottobre 2024, sabato sera, attorno alle 21.30. Simone Farinelli, 20 anni, era in macchina col fratello Andrea quando li travolse un fiume di acqua e di fango in Val di Zena. Un’onda violentissima che ribaltò la macchina giù dalla strada, uccidendo Simone.

Un anno dopo il padre, Antonio Farinelli, è amareggiato: «Non è tanto la rabbia — dice — quanto il rammarico di essere stati dimenticati. Qui un ragazzo di vent’anni è morto per colpa dell’incuria del territorio». Spiega: «Nessuno mi ha mai più chiamato dopo quel funerale, né il sindaco Matteo Lepore, né il presidente della Regione Michele de Pascale, né dalla provincia. Non voglio arrivare a incatenarmi davanti a qualche palazzo, perché non sono gesti che mi appartengono, ma dopo un anno veramente mi sto stancando di questo silenzio. La Regione deve riconoscere anche la sua parte di responsabilità nella gestione del territorio».

Come? «Prima di tutto rompendo questo silenzio, anche solo telefonandomi, visto che sono una persona facilmente contattabile. E poi anche da un punto di vista finanziario, di risarcimenti». Il suo avvocato Bruno Cinanni spiega: «Per il momento ci stiamo muovendo per via extragiudiziale, ma il comportamento delle assicurazioni e delle istituzioni finora è stato vergognoso. Prima per mesi hanno fatto uno scaricabarile di responsabilità, poi hanno invocato lo stato di calamità naturale, come per dire che la morte di Simone non è colpa di nessuno».