L'immunoterapia con pembrolizumab può migliorare la sopravvivenza delle pazienti con tumore ovarico ricorrente e resistente alla chemioterapia a base di platino. A dimostrarlo sono i risultati di uno studio appena presentato in una sessione del Presidential Symposium del Congresso annuale della European Society for Medical Oncology (Esmo), tenutosi a Berlino.
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Cosa indicano i risultati presentati ad Esmo 2025
I dati sono quelli di due analisi dello studio clinico registrativo Keynote-B96 (anche chiamato Engot-ov65), che valuta l’aggiunta di pembrolizumab alla chemioterapia, con o senza il trattamento anti-angiogenico basato su bevacizumab. La prima analisi è stata condotta dopo 15,6 mesi: dimostra un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante in tutte le pazienti (322) sottoposte all’immunoterapia rispetto a quelle trattate con placebo più chemioterapia, con una riduzione del 30% del rischio di progressione o morte. La percentuale di pazienti senza progressione è stata, rispettivamente, del 33% e del 21% circa nei due gruppi a distanza di un anno.
La seconda analisi è stata condotta dopo 26,6 mesi e ha valutato la sopravvivenza globale nelle donne con marcatore PD-L1 positivo: in questo caso la combinazione con pembrolizumab ha ridotto il rischio di morte del 24%. Il tasso di sopravvivenza globale a 12 mesi per le pazienti trattate con il regime a base di pembrolizumab è stato del 69,1% rispetto al 59,3% per le pazienti trattate con il regime a base di placebo. I tassi a 18 mesi sono stati del 51,5% e 38,9%, rispettivamente.






