Fusion, basta la parola? Così vicina all’italiano, così semplice, così immediata. E’ entrata nel nostro lessico da tempo, per lo stile, per la moda. Soprattutto, per il cibo Nei ristoranti l’idea di fusion ha attecchito alla grande, impossibile ignorarla. Ne hanno parlato, sul palco di C’è più Gusto a Bologna, Cristina Bowerman, la chef multicolore di Glass Hostaria (Roma), Simone Caponnetto di Locale Firenze e John Chantarasak, titolare di Anglo Thai, a Londra,. Titolo, “Non chiamatela Fusion - L’incontro tra cucine come linguaggio autentico, non etichetta”. A moderare, Giulia Cimpanelli. In fondo, tutta la cucina è fusion, perché i territori e le tradizioni conservano memoria dei passaggi di vari popoli nel corso dei secoli. Ma qui si trattava più specificamente delle influenze subite “a distanza”, in particolare del fascino irresistibile dell’Estremo Oriente, di ingredienti e piatti di Cina, Giappone, Thailandia, Corea e altri Paesi entrati in modo significativo nelle cucine italiane ed europee.
“Odio la parola fusion”, ha osservato Cristina Bowerman, “fa pensare a un miscuglio di ingredienti che vengono da altri Paesi. La mia cucina invece è contaminata, è un incrocio di tecniche e di culture. Quando ho iniziato, vent’anni fa, mi prendevano per matta. Se parliamo di ingredienti, parliamo della storia che portano con sé. Io sono di origine pugliese, ma ho vissuto anche negli Stati Uniti, e poi in Francia, e ho da sette anni un ristorante in Turchia. Grazie a questa esperienza, adesso io conosco bene cose come la melassa di melograno e il sumac. Ma non vuol dire che io faccio piatti turchi: incrocio”.






