Dell’attentato a Sigfrido Ranucci, della bomba che ha fatto esplodere le macchine sua e di sua figlia parcheggiate davanti a casa saprete già molto e molto altro capiremo oggi dalle cronache. Il segnale non è difficile da decifrare neppure per chi non sia esperto di attentati: sappiamo dove abiti, sappiamo quali sono la tua auto e quelle della tua famiglia, vi abbiamo tenuti d’occhio, conosciamo i vostri orari. Vedremo dalle indagini se si è trattato, chiamiamolo così, di un errore o se più verosimilmente sia stato un avvertimento: se avessimo voluto farvi saltare in aria lo avremmo fatto. La solidarietà vedo che è oggi corale, arriva da tutte le latitudini politiche, dai datori di lavoro, dai colleghi solidali e antagonisti. Ora è facile però, è inevitabile, sarebbe scandaloso non farlo.

Ho incontrato Ranucci qualche giorno fa a Trani, eravamo relatori allo stesso Festival, siamo rimasti qualche momento a parlare. Era preoccupato e molto provato, non abbattuto, dalle difficoltà estreme che incontra nel suo lavoro. Attrito continuo, ostacoli di ogni genere: professionali, logistici, economici da parte dell’editore. Che, ricordiamolo, è la Rai, il servizio pubblico sostenuto (anche) dal canone, da tutti noi. Non è stata certo una sorpresa. L’attacco costante a Report, la sua trasmissione, da parte del potere economico e politico che questa Rai incarna è cronaca quotidiana. Bisognerebbe oggi ricordare questo: non è dopo che ti hanno messo una bomba davanti a casa che serve la solidarietà, è prima. È prima che il sostegno a chi fa giornalismo d’inchiesta — anche se non ti piace, soprattutto se non ti piace — segnala il tuo livello di tutela alla funzione fondamentale che chi fa quel lavoro svolge, in democrazia. Invece. La messa in ridicolo e il disprezzo dei “giornalai”, come li chiamano e invitano a farli chiamare, sono il lessico abituale del Potere. Funziona sempre così: prima ti faccio vuoto attorno, ti squalifico, disprezzo la categoria. Poi, che dispiacere, la bomba.