Cedere con fermezza. Alla fine, è accaduto di nuovo. La linea di Giorgia Meloni sulla «misura popolare» rappresentata dal contributo delle banche ha prevalso sulla prudenza di Antonio Tajani e sulle rimostranze dell’Abi. Dagli istituti di credito e dalle assicurazioni arriveranno 4,5 miliardi di euro per la manovra. E lo faranno attraverso un’opzione sugli utili accantonati: una formula creativa, firmata dal viceministro Maurizio Leo, che consente a Forza Italia di rivendicare un «sostegno volontario» e alla premier, insieme a Giancarlo Giorgetti, di incassare quanto serve per poter dire che la legge di Bilancio è dedicata al ceto medio. Come già nei due anni precedenti, la trattativa si gioca dietro le quinte mentre in pubblico va in scena il gioco delle bandierine. In questo caso la soluzione finale salva la faccia degli azzurri – scongiurando l’etichetta di tassa sugli extraprofitti o di prelievo forzoso – nascondendo il contributo dietro un’aliquota al 27,5 per cento sui dividendi distribuiti, finora tassati al 40. «Un miracolo compiuto», sintetizza da Washington Giorgetti, collegato con Palazzo Chigi mentre segue il summit del Fondo monetario internazionale.
Il risultato arriva dopo giorni di contatti e un’ora di vertice a Palazzo Chigi, tra Meloni, Tajani, Matteo Salvini, Maurizio Lupi e i due uomini dei conti pubblici, Giorgetti e Leo. Ma l’esito era scritto: la nota che convoca il Consiglio dei ministri che oggi approverà la manovra arriva cinque minuti prima che i convitati si siedano al tavolo. Più che decidere, si trattava di ratificare. A intesa ottenuta, però, le scorie restano tutte. Forza Italia protesta ma si adegua. La Lega esulta, intestandosi una vittoria che non è tutta sua. Fratelli d’Italia recita la parte del mediatore, ma è chiaro chi ha imposto la linea. Il Tesoro prova a tenere insieme i cocci di una maggioranza che, su questo terreno, si è guardata in cagnesco per tutta la giornata di ieri. È Tajani ad aprire le ostilità all’alba, con una nota che suona come una dichiarazione di guerra: «Giusto un accordo tra governo e banche per sostenere sanità e imprese, ma noi non voteremo nessuna tassa sugli extraprofitti». Il vicepremier azzurro gioca d’anticipo: sa che Salvini ha già marcato il territorio e non vuole lasciargli la scena. La miccia è accesa dai senatori leghisti in commissione Finanze, Massimo Garavaglia e Stefano Borghesi, che si prendono il merito dei «miliardi garantiti dalle banche per la sanità». «Grazie alla linea della Lega vince il buonsenso», scrivono. Tra gli azzurri il messaggio viene letto come un affronto. Tajani contatta Meloni e fa sapere che non mollerà: «Questa tassa sa di Urss e non ci sarà».













