Caro direttore, la Procura ha inviato i corpi speciali dei Carabinieri morti per stanare i tre fratelli di un paese vicino Verona, che si erano asserragliati nella casa: Ma lì hanno trovato le bombole del gas che sono esplose e hanno ucciso tre militari. Mi domando se prima di intervenire erano state fatte indagini sui questi tre fratelli che non volevano liberare la casa e che da 7 anni resistevano ad ogni possibile sfratto. I cittadini credo abbiano il diritto di sapere come vengono formati e istruiti i carabinieri e poliziotti per svolgere attività di grande responsabilità sul territorio. Mi viene in mente l'attentato a Borsellino, quando venne collocata vicino al cancello di casa della madre un'auto piena di tritolo. I poliziotti si fidarono di altri colleghi e non fecero nessuna verifica se, effettivamente la bonifica per la presenza di eventuali bombe era stata effettuata. E sappiamo com’è andata.
Giobatta Benetti
Mira
Caro lettore,
come prima cosa eviterei paragoni impropri e affrettati. Poi mi lasci dire che i cittadini hanno certamente il diritto di sapere tante cose. Ma di fronte a tragedie come quella di Verona, questi stessi cittadini hanno, o dovrebbero avere, anche il dovere di rispettare chi è stato così duramente colpito. Non parlo solo dei tre carabinieri che hanno perso la vita nell’esplosione del casolare, ma anche di tutti i loro colleghi, i loro comandanti, la stessa Procura. Ci sarà un’indagine che stabilirà se ci sono stati errori o sottovalutazioni nella organizzazione e nella gestione dell’intervento nel casolare di Castel d’Azzano. Che stabilirà la verità “legale” su questa straziante storia e su quelle tre vite orribilmente spezzate. Ma in questo momento non servono nè sono di alcuna utilità i processi sommari o le generiche caccie al colpevole. Anzi: forse dovremmo anche accettare il fatto che esistono situazioni in cui l’umana follia ci mette di fronte a gesti e comportamenti che, nella loro atroce violenza e nella loro totale irrazionalità, sono del tutto imprevedibili. L’intervento nel casolare dei fratelli Ramponi era stato attentamente pianificato. Nei giorni precedenti la zona era stata perlustrata droni che infatti avevano individuato sul tetto del casolare la presenza di alcune bottiglie incendiarie. Anche per questo erano stati mobilitati molti uomini e coinvolti elementi dei reparti speciali dell’Arma, come appunto i tre militari morti, preparati a muoversi in situazioni particolari e ad alto rischio. Si era anche deciso di intervenire nel pieno della notte (l’esplosione infatti è avvenuta intorno alle 3), per poter contare sull’effetto sorpresa. È stato tutto inutile di fronte alla lucida follia di una donna piccola e dimessa, Maria Laura Ramponi, alle spalle una vita anonima vissuta da rinchiusa con i due fratelli tra le mura di quel casolare, che si è trasformata in kamikaze: ha aperto le bombole, fatto uscire il gas e acceso la miccia. In meno di un secondo quell’edificio che era diventato la ragione di vita sua e due suoi fratelli si è disintegrato ed è diventato uno strumento e un luogo di morte. Inutile chiedersi perché lo ha fatto: non c’è risposta.













