“La versione di Lovati”. I capelli bianchi scarmigliati, la erre moscia, quel tono per la verità mai urlato neanche quando la china sembra andare per il peggio («mi hanno tirato una bomba fangosa»), epperò sopra le righe dal primo momento, stravagante, bizzarro, persino un tantinello eccentrico che su un avvocato penalista, per giunta di provincia, importa zero se risucchiato nel caso del decennio, stona sempre un po’ («il mio assistito non c’entra niente con questa storia, nemmeno con gli ambienti di chiese e oratori: è un comunista, un disadattato»). Massimo Lovati è il legale più chiacchierato d’Italia: vigevanese di nascita, classe 1952, iscritto all’albo professionale di Pavia dal 4 maggio di esattamente trent’anni dopo, pressoché sconosciuto al grande pubblico fino al marzo scorso, quando l’inchiesta bis di Garlasco ha iscritto (di nuovo) nel registro degli indagati il suo concittadino Andrea Sempio e, da allora, catapultato in un continuo di esposizioni mediatiche. «A un certo punto mi sono ritrovato in questo ingranaggio della tivù. Se debbo essere sincero, io nemmeno mi piaccio. Ma mi chiamano sempre, dicono che funziono e la gente mi segue». È la storia nella storia, il delitto della villetta a via Pascoli e tutto il suo contorno, fatto per metà di legittima cronaca nera e per l’altra metà di morboso crime-voyeurismo (non che Lovati ne abbia colpa, è la legge del mercato: questa è la parte che vende).