Non era la prima volta che i fratelli Ramponi sceglievano la minaccia del gas, per allontanare chi, con la divisa, provava a entrare nel casolare di via San Martino, per allontanarli. La prima volta era accaduto esattamente un anno fa, nell’ottobre del 2024. Quella volta, a presentarsi alla porta di quel casolare, era stato l’ufficiale giudiziario. Teneva in tasca il provvedimento di sfratto esecutivo firmato dal giudice del tribunale di Verona. Avrebbe dovuto liberare l'edificio e verificare la coerenza del prezzo stabilito per l'asta. Dino Ramponi, l’ultimo dei fratelli a essere fermato, rispose girando il regolatore di pressione della bombola e saturando di gas le stanze del casolare. In quell’occasione, l’ufficiale giudiziario se ne accorse e decise di andarsene, provvedendo a far arieggiare gli ambienti.

Tempo un mese, stessa visita. Questa volta, però, insieme alle forze dell’ordine e ai vigili del fuoco. Con alcuni mezzi pesanti lasciati sulla strada: sarebbero serviti a caricare i trattori, i macchinari agricoli più pesanti e la ventina di vitelle che si trovavano nella stalla, accanto al casolare. Anche in quell’occasione, però, l’ufficiale non aveva fatto i conti con la chiusura totale dei fratelli Ramponi. Questa volta, furono Franco - 64 anni, allevatore e agricoltore - e Maria Luisa Romponi - 58 anni - a opporsi, salendo sul tetto della casa e avviando delle ore di trattative, conclusesi con un nulla di fatto. Mentre uno dei tre fratelli si cospargeva di benzina, minacciando di darsi fuoco. “L’ufficiale giudiziario tornerà tra sette giorni e stavolta temo che ci toccherà andare via” ammetteva in quell’occasione Franco Ramponi, all’Arena.