Anche ai più distratti non possono essere sfuggiti l’imbarazzo, la sensazione di sconcerto, la chiarissima situazione di impasse politica e comunicativa della sinistra dopo l’annuncio della tregua a Gaza.
Chi si è rifugiato nell’afasia; chi si è limitato a dirsi vagamente «sollevato» (ma senza entrare nel merito di ciò che era successo per merito di Donald Trump); chi si è avventurato in spiegazioni risibili (rivendicando inesistenti meriti delle piazze e perfino della Flotilla: ipotesi francamente surreali); chi infine ha continuato a dare supporto all’inspiegabile e insensato pulviscolo di manifestazioni che sono rimaste convocate anche dopo la notizia della pace. Fino a quanto di incredibile e inaccettabile sta per accadere domani a Udine, con i soliti noti pronti al boicottaggio violento della partita di calcio tra Italia e Israele.
Ma anche lasciando da parte gli estremisti, di tutta evidenza tra i nostri progressisti non c’è nessun festeggiamento: semmai si vedono in tv musi lunghi e visi tirati. Non si festeggia la liberazione degli ostaggi israeliani (che a onor del vero moltissimi avevano per due anni trascurato di sollecitare), e non si celebra nemmeno la fine delle sofferenze dei civili palestinesi, per cui a sinistra si dichiaravano tremendamente in pena.












