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Ultimo aggiornamento: 13:32
di Luciano Sesta
Una tregua c’è fra due attori collettivi che si scontrano, e che a un certo punto si accordano per un time out. Una tregua presuppone una reciprocità di forze antagoniste, che sospendono lo scontro con l’idea di negoziare le ragioni che lo hanno acceso e alimentato. Ma qui, almeno da due anni, c’è stato soltanto un massacro unilaterale, in cui un attore, dopo essere stato brutalmente colpito, ha reagito sfogando la propria superiorità militare su una popolazione civile inerme, considerata impropriamente come la parte “scoperta” di un nemico nascosto.
Che, dopo due anni di duro “lavoro”, l’esecutore decida di entrare in pausa è certamente una buona notizia, ma che lo faccia proponendo alla controparte un “piano di pace” è decisamente surreale. Pur essendo prima o poi necessario, infatti, un simile piano equivale oggi a una beffa, perché non si possono ammazzare 70.000 persone, fra le quali 20.000 bambini, e poi tendere un ramoscello d’ulivo ai loro genitori e ai loro figli. Come se Hamas, all’indomani del massacro del 7 ottobre 2023, avesse stilato un proprio piano di pace, porgendo amichevolmente la mano a un Israele ancora impegnato a seppellire i propri morti.









