Per entrare in quel che resta dell’inferno bisogna aspettare che i soldati aprano un lungo cancello di metallo. «Fino al 7 ottobre 2023 non era così», spiega Rani Metzger mentre saluta una ragazza in divisa, «ora siamo una zona di operazioni, come una base militare». Ma appena si varca l’ingresso, si capisce subito che quel kibbutz è molto altro. Qualche casa è in fase di ristrutturazione. Altre, invece, portano ancora i segni dell’attacco di Hamas. Edifici bruciati, i fori dei proiettili ovunque. Si entra facendosi largo tra vetri in frantumi, mobili distrutti e completamente bruciati. Tutto è rimasto intatto. Sedie di plastica sciolte dalle fiamme, materassi mitragliati, giardini ormai abbandonati. «Dove c’è la bandiera nera, significa che le persone sono state uccise qua dentro» spiega Rani, «se vedi invece i segni blu sulle bandiere gialle significa che le persone sono tornate». Ma in tante altre case, le bandiere sono diverse.
C’è chi è stato rapito e ucciso a Gaza, come il padre di Rani, Yoram, morto a 80 anni nei tunnel di Hamas. Altri, invece, devono ancora tornare a casa. «Vivi o morti per noi non fa distinzione» spiega Rani mentre cammina in un kibbutz irriconoscibile. «Qui prima erano 400 abitanti, una grande famiglia allargata, ma ora abbiamo nove dei nostri ancora a Gaza e tanti non sono più tornati». Molti di loro hanno deciso di non fare più ritorno dopo essere stati sfollati. I più giovani già prima della guerra preferivano le grandi città. Chi non ha i soldi non può permettersi di ricostruire la propria casa. «E anche se il kibbutz vuole ricostruirle», continua l’uomo mentre cammina davanti alla casa dei suoi genitori, «c’è chi non riesce proprio a pensare di vivere di nuovo lì dopo quel trauma».









