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Nell’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre del 2023 furono uccise più di 1.100 persone, tra cui 318 abitanti dei kibbutz costruiti vicino al confine con la Striscia di Gaza. Nei kibbutz di Be’eri, Kfar Azza e Nir Oz, le persone uccise o rapite furono decine e molte delle loro case furono bruciate e distrutte. Nei giorni e mesi successivi 56 kibbutz al confine con Gaza o nel nord, al confine con il Libano, furono evacuati e quasi 40mila persone furono costrette a lasciare le loro case e spostarsi temporaneamente o definitivamente da altre parti.
Dopo due anni di guerra, in cui gli attacchi israeliani hanno ucciso 67mila palestinesi nella Striscia di Gaza, la gran parte degli abitanti dei kibbutz è tornata ad abitarli. In diversi sono ancora in corso lavori di ricostruzione o ampliamento, possibili grazie a ingenti fondi pubblici e finanziamenti privati. Inoltre ci sono piani per facilitare e incentivare il trasferimento di cittadini israeliani nelle nuove strutture, che stanno avendo un certo successo.
Case ristrutturate a Kfar Azza (Photo/Ohad Zwigenberg)
I kibbutz sono piccole comunità ebraiche egalitarie, nate soprattutto prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi in Israele ce ne sono più o meno 260, con una popolazione totale di circa 125mila abitanti: nacquero essenzialmente come comunità di agricoltori, ma nel tempo si sono evolute. Il termine “kibbutz” viene dalla parola ebraica che significa “ritrovo” o “collettivo” e indica una specie di comune. Sono comunità autosufficienti che generalmente hanno tra i cento e i mille abitanti, nate inizialmente come strutture socialiste e animate da ideali di sinistra. In molti casi negli anni i kibbutz hanno abbandonato la natura comunitaria, privatizzando le proprietà.









