Dal punto panoramico Dado Lookout, guardando oltre la Linea blu, le recinzioni e le barriere, si vedono le macerie del villaggio libanese di Kafr Kila. Ad appena un paio di chilometri. Si intravede anche Odeisseh, un altro villaggio ridotto in pietre e polvere dalle bombe e dai bulldozer israeliani. Ma nel caffè di Metula, l’unico probabilmente ancora aperto in questo piccolo centro israeliano a ridosso delle linee con il Libano, ci ripetono che «occorre finire il lavoro».
UNA DONNA, MIRI, spiega che «il lavoro sarà finito quando i terroristi di Hezbollah saranno sconfitti definitivamente (da Israele) e cacciati via dai libanesi. I due Stati possono raggiungere insieme questo obiettivo nel Libano del sud». Nei discorsi di Miri non c’è spazio per le rovine di Kafr Kila e le notizie quotidiane di sfollamenti e di bombardamenti israeliani che fanno vittime civili in Libano e non colpiscono solo i combattenti di Hezbollah come affermano i bollettini militari. A Metula la tregua è vista come una condanna. «Viviamo in un limbo, non si è risolto nulla e noi chiediamo una soluzione definitiva al governo (Netanyahu)», aggiunge Miri che ci tiene a proclamarsi di destra.
«Ma alle prossime elezioni non voterò per i partiti di destra della maggioranza attuale. Voterò per altre forze di destra», precisa manifestando un certo favore per l’ex capo di stato maggiore Gadi Eizenkot, ora leader del partito Yashar. Eizenkot, in costante crescita nei sondaggi, ha intensificato le visite nelle comunità settentrionali e insiste sull’uso del pugno di ferro in Libano. Netanyahu invece è criticato per la scarsa presenza nella regione.






