Il piccolo convoglio di auto di B’Tselem procede lentamente verso Dhahiriya, percorrendo strade secondarie per aggirare cancelli e recinzioni di colore giallo o arancione che sigillano sempre o a giorni alterni – deciderlo è l’esercito israeliano – i centri abitati palestinesi piccoli e grandi. Che sia la vicina città di Hebron o questo piccolo villaggio non importa. Senza preavviso la vita di migliaia di persone può fermarsi davanti a quei cancelli: non si va al lavoro, non all’università, non si va da nessuna parte. Persino le ambulanze con a bordo persone in gravi condizioni fanno fatica a passare. Anche all’interno dei centri abitati, la vita per il singolo cittadino può fermarsi all’improvviso per ben altre ragioni. Come i proiettili sparati da soldati impegnati in raid o arresti, come è accaduto il 26 gennaio di quest’anno a Mohammad Nasrallah, un ragazzo di 17 anni.
L’organizzazione per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati ci porta a casa sua, assieme ad altri due giornalisti stranieri, in anticipo sulla presentazione, questa mattina, dell’inchiesta che ha svolto sull’aumento vertiginoso delle uccisioni di minori palestinesi in Cisgiordania. Nell’arco di due anni e otto mesi, dal 7 ottobre 2023 al 7 giugno 2026, le forze militari israeliane hanno ucciso 235 bambini e adolescenti, denuncia B’Tselem. Altri cinque sono stati colpiti a morte da coloni. Solo nel 2025 i soldati hanno ucciso 54 bambini e adolescenti palestinesi. I dati sono inferiori ai picchi del 2023 e del 2024, ma ancora tra i più alti mai documentati dalla fine della seconda Intifada (2000-2005).







