GERUSALEMME - Sono tanti. Troppi. E presto potrebbero essere ancora di più. L’immagine di un Paese spaccato, pericolosamente in bilico, si coglie anche guardando i numeri telefonici che scorrono sullo smartphone di Ishai Menuchin. Sono i soldati riservisti che si rivolgono a questo ex tenente di fanteria, 67 anni, e al suo staff, per chiedere consigli su come diventare refusenik: ovvero, coloro che sfidano l’autorità di uno degli eserciti più potenti del mondo e si rifiutano di combattere nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, per motivi ideologici.
La loro disobbedienza fa clamore, grida all’ingiustizia e dà voce alle sofferenze dei palestinesi. Quella di chi non risponde alla chiamata per ragioni personali è invece più silenziosa, ma molto più numerosa. È un’emorragia che rischia di compromettere le future operazioni militari.
«Sono così tanti che la prigione militare numero 10, vicino a Kfar Yonah, è ormai sovraffollata», ci spiega Ishai. Il caso del soldato X (ci è stato chiesto di non rivelare il nome) è curioso. «Proprio stamane ha esaurito la sua lista di attesa e si è presentato spontaneamente davanti alla prigione. Lo abbiamo formato, assistito e istruito fino all’ultimo minuto».















