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Se il Premio Nobel per la Pace avesse ancora un senso, dovrebbe andare a Donald Trump. Nessuno come il presidente degli Stati Uniti ha profuso sforzi concreti per arrivare all’accordo di pace siglato ieri in Egitto. Se dopo 733 giorni di guerra si è giunti a definire un percorso chiaro peril rilascio degli ostaggi israeliani (da 20 a 22 dei 48 ancora nelle mani di Hamas sarebbero vivi), è merito di Trump che, sin dal primo giorno del suo insediamento, aveva annunciato la volontà di fermare la guerra in Medioriente. L’accordo di cessate il fuoco, con l’assenso di Israele a un graduale ritiro delle truppe da Gaza e la disponibilità al rilascio di migliaia di detenuti palestinesi, è il frutto di un intenso lavoro diplomatico, con il ruolo fondamentale di Paesi come Qatar, Egitto, Turchia, e tuttavia l’attivatore di questo processo porta un nome soltanto, Donald Trump. Ha perseguito la pace con ostinazione, talvolta con il linguaggio «tough» cui ci ha abituato, con le minacce aperte ad Hamas («o la pace o vi scatenerò contro l’inferno»), con qualche rimbrotto verso l’amico Benjamin Netanyahu, inviando il fidato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner nel palazzo delle trattative, immaginando un percorso a tappe perché non si torni al punto di partenza.












