Previsione rispettata. Non per quanto riguarda il vincitore: pochi si aspettavano che il Nobel per la Pace andasse a María Corina Machado. Sul fatto che Donald Trump non sarebbe stato insignito, però, era facile scommettere. Piuttosto che darlo a lui, a Oslo hanno premiato una venezuelana di destra. Questione di tradizione e di ipocrisia.
Tantissima, quest’ultima. Gronda dalle parole del segretario della commissione che assegna il premio, il sociologo norvegese Kristian Berg Harpviken. Repubblica lo ha intervistato, il colloquio è apparso nell’edizione di ieri. Harpviken, che ovviamente sa tutto, non può dire se il presidente statunitense abbia vinto o no (il risultato è stato reso noto ieri mattina). Però lo fa capire, illustrando i criteri che lui e i cinque membri eletti dal parlamento norvegese hanno dovuto seguire.
I loro lavori, spiega, «sono definiti dal testamento di Alfred Nobel, che recita come il riconoscimento vada “alla persona che si è distinta nell’anno precedente”. Che per noi significa prima della chiusura delle candidature, il 31 gennaio: lì si concentra la nostra attenzione». Ciò che è avvenuto dopo quella data «può giocare un ruolo marginale». Persino se in seguito accade qualcosa di «monumentale», assicura, il loro verdetto non può cambiare, per due ragioni. «Primo, quanto avvenuto dopo il 31 gennaio non può mai costituire il motivo principale del premio. Secondo: il processo decisionale dura mesi» e la loro ultima riunione si è tenuta lunedì 6 ottobre. «Non è che cambiamo idea la sera prima».













