Dóra Várnai , nata in una famiglia italo-ungherese e cresciuta a Milano in una casa dove si parlavano due lingue «che sono una l’opposto dell’altra», ha tradotto tutti i libri di László Krasznahorkai usciti in italia, tranne Melancolia della resistenza, tradotto da Bruno Ventavoli, direttore di TuttoLibri della Stampa fino a due anni fa, e Dóra Mészáros. Nel Nobel ci sperava molto ma credeva, ormai, poco: da anni, tra i vociferati e presunti prediletti dell’Accademia, veniva fuori il nome del “maestro dell’Apocalisse”. Siete diventati amici? «Ci conosciamo da tempo. Parliamo moltissimo di cani, da quando lui ha adottato una bastardina, poco dopo aver pubblicato un libro dove ne aveva raccontato uno. Ed è un cane anche il protagonista del suo libro che esce l’anno prossimo in Italia, e che sto traducendo ora. Abbiamo fatto molta strada insieme. Sono stata la sua interprete ogni volta che è venuto in Italia». Spesso? «Spesso. Abita per una parte dell’anno a Trieste, città che ama perché contiene due cose a lui care: la Mittleuropa e la zona di confine. Come molti scrittori ungheresi è un erratico, ama avere tanti posti in cui vivere e viaggiare». In Ungheria è amato? «È famoso ed acclamato dai lettori, mentre non ha alcun rapporto con la mondanità letteraria del Paese. Il governo, invece, non lo ama: a Orbán piace solo chi lo venera e ammira, e Krasznahorkai è stato spesso critico tanto verso di lui, quanto verso chi lo ha votato e ha reso possibile che avesse i due terzi del Parlamento, quindi potesse fare, come fa, ciò che vuole, incluso creare, come certi del suo governo rivendicano, un nuovo canone letterario». E in che modo lo avrebbero creato? «Redistribuendo i fondi agli enti culturali così da finanziare solo i simpatizzanti del regime, ostacolando i premi riservati a scrittori a esso invisi, anche se popolari. Sono curiosa di vedere come i media parleranno di questo Nobel, il secondo per uno scrittore ungherese (il primo lo vinse, nel 2002, Imre Kertész)». Quando ha preso posizione contro gli ungheresi? «Nel Il ritorno del barone Wenckheim (in Italia uscito nel 2019) c’è un capitolo intitolato Agli ungheresi che è una specie di lunga maledizione che un personaggio manda a dire ai suoi concittadini. In quelle parole, ho ritrovato molto di quello che in diverse interviste Krasznahorkai ha detto del suo Paese e di chi lo abita, un popolo da una parte beceramente attaccato a un’idea populista di nazione, e costruita a tavolino con suggestioni infondate, come quella secondo cui la Madonna sarebbe nata in Ungheria, e dall’altra parte un popolo colto, al cuore della dolce Mitteleuropa, crocevia di culture diverse. A novembre lì uscirà il suo ultimo libro, parla dell’ossessione per la sicurezza dei suoi concittadini». Quant’è difficile tradurlo? «]Da buon mittleuropeo, Krasznahorkai ama la musica: ha detto spesso che melodia, ritmo e velocità, quando scrive, decidono tutto. Per rendere la sua musicalità, ho sempre spezzettato le sue frasi, lunghissime, per costruire un ritmo che rispettasse il modo in cui lui accelera o decelera. No so quanto ci sono riuscita, ma i lettori che capiscono entrambe le lingue sono sempre stati soddisfatti. Ho potuto poi sempre contare sulla squadra di Bompiani, e sulle revisioni di Gabriella Paganucci, che ringrazio. Per un autore così complesso, la traduzione è lavoro collettivo». La lingua ungherese complica tutto? «Hanno strutture sintattiche opposte, quindi spesso la parola con cui una frase inizia in italiano, è la parola con cui una frase in ungherese finisce. E quando le frasi sono lunghe 400 pagine, diventa quasi impossibile». Qual è il tratto sempre presente nella sua scrittura? «La fluvialità, le parole numerose che più che definire, trasmettono, scuotono. E poi in tutte le sue storie ci sono sempre almeno un matto, che è il più innocente e puro, e un falso profeta, che a volte è un truffatore, mentre altre è solo qualcuno che non può salvare nessuno». Krasznahorkai è un uomo oscuro? «È un uomo molto più semplice di quello che si immagina. Ed è sempre concentrato sul suo lavoro. Anche quando mangia si vede che è rapito da pensieri sulle sue storie».
Dóra Várnai: “Krasznahorkai è da sempre critico verso la società ungherese, il regime non lo ama”
La traduttrice che ha tradotto quasi tutti i libri del Nobel ungherese in italiano: «Ha un casa a Trieste, ama vivere e vagabondare in tanti posti diversi»











