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Dott. Eller, lei ha definito questo momento storico come un “momento definitorio”. Cosa intende esattamente?

“Siamo di fronte a un passaggio storico che può ridefinire il futuro dello Stato di Israele. Dopo due anni, segnati da dolore, sacrificio e guerra, stiamo per assistere a qualcosa di straordinario: il ritorno a casa dei nostri ostaggi. È un momento che, se vissuto con consapevolezza, può segnare l’inizio di un nuovo corso, non solo sul piano della sicurezza, ma anche su quello morale e sociale".

Perché questo ritorno è così sentito dall’intera società israeliana?

“Israele è un Paese piccolo, fortemente legato al concetto di famiglia e basato su una profonda tradizione ebraica che sacralizza la vita e la responsabilità reciproca. Nonostante le divisioni politiche, ogni israeliano ha percepito gli ostaggi come parte della propria famiglia. Questo legame collettivo ha creato un’unità rara: tutti abbiamo aspettato il momento in cui avremmo potuto dire “sono vivi e sono tornati a casa”. È un'emozione che accomuna l’intero popolo".