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I risultati delle recenti elezioni regionali nelle Marche e in Calabria hanno alimentato grossi dibattiti e accalorate polemiche. Dal loro esito si è cercato di comprendere, in modo più o meno efficace, lo stato di salute dei partiti e delle coalizioni a livello nazionale, e in certi casi le analisi sul voto a Fermo, a Pesaro, a Cosenza o a Crotone si sono mescolate con quelle sulla mobilitazione delle ultime settimane in favore della Palestina, con l’obiettivo di capire se quelle manifestazioni avessero delle ricadute concrete e immediate sull’elettorato.

C’è anche chi ha definito questo turno di elezioni regionali – con 7 regioni al voto, tra fine settembre e fine novembre – come una specie di “mid-term” per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con riferimento alle elezioni di metà mandato che si svolgono negli Stati Uniti due anni dopo l’elezione del presidente: un’occasione, insomma, per verificare la tenuta dei consensi del governo in vista della seconda fase della legislatura.

Per ora però si è svolta solo la prima parte di questo lungo autunno elettorale. Dei poco meno di 19 milioni di elettori potenziali, finora le elezioni hanno riguardato poco più di 3 milioni di persone: 1,8 milioni in Calabria, 1,3 milioni delle Marche, e poco più di 100mila persone in Valle d’Aosta, dove peraltro si vota secondo regole molto locali. Se insomma fosse vero che queste elezioni regionali d’autunno vanno prese come un test nazionale, bisognerebbe almeno attendere che si voti in Toscana domenica e lunedì prossimi (il 12 e 13 ottobre, con 3 milioni di aventi diritto), e poi soprattutto il 23 e il 24 novembre, quando si voterà contemporaneamente in Puglia (3,5 milioni di aventi diritto), Campania (4,9 milioni) e Veneto (4,1 milioni).