di
Nicolò Delvecchio
Renna, leccese di 62 anni, è direttore del carcere di Gorgona dall'aprile 2023. Qui 13 anni fa è partito un progetto con Frescobaldi con l’impiego di tre detenuti nella coltivazione, nella vendemmia e nella trasformazione dell’uva
«Il meccanismo è semplice: ogni detenuto che arriva a Gorgona, lavora. E tutta l’isola va avanti grazie ai detenuti, che fanno funzionare la comunità in cui si trovano». Giuseppe Renna, leccese di 62 anni, è dall’aprile 2023 il direttore del carcere di Gorgona, struttura che occupa l’intera superficie della più piccola isola dell’arcipelago toscano. Ex vicedirettore del carcere di Lecce, da sette anni è in Toscana e in questo tempo ha girato diversi istituti della regione, trovando a Gorgona il migliore esempio pratico del concetto di «rieducazione del condannato». E lì, sull’unica isola-carcere d’Europa, i detenuti contribuiscono a produrre un vino che costa anche 180 euro a bottiglia.
Dottor Renna, perché il contesto di Gorgona è speciale?«Innanzitutto perché può sfruttare un contesto unico: qui, a parte un piccolo villaggio, il carcere occupa tutta l’isola. E dunque gli 88 detenuti contribuiscono attivamente alla vita della comunità, lavorando. Fanno gli elettricisti, gli idraulici, i falegnami, i muratori, gli agricoltori. Svolgono gli stessi lavori che svolgerebbero in un ambiente libero, si muovono in un contesto sociale normale, ma sorvegliato. Noi insegniamo loro un mestiere in modo che, una volta scontata la pena, possano trovare un lavoro. Cosa che è successa in tantissimi casi».







