Accantoniamo le elezioni regionali che, come le elezioni europee, sono altra cosa rispetto a quelle politiche. È opinione comune fra gli osservatori che il maggiore partito della sinistra italiana, il Pd, non si sia ancora procurato le carte che servirebbero per renderlo competitivo nei confronti dello schieramento di destra alle elezioni del 2027. Una leadership del partito troppo radicalizzata a sinistra? Una aggregazione di forze (il «campo largo») tenuta insieme solo dalla opposizione al governo Meloni ma priva di una credibile proposta di governo? Ciò che sembra difficilmente contestabile è che l’immagine che trasmette di sé l’opposizione abbia a che fare con la «anomalia italiana»: il fatto che il governo in carica da quasi tre anni goda ancora, nei sondaggi, di buona salute. I più prevedono che di questo passo vincerà di nuovo, fra due anni, le elezioni politiche. Una anomalia, come in tanti hanno rilevato. Sia rispetto alla esperienza italiana recente sia rispetto a quanto accade nelle altre democrazie. La regola oggi è che chi vince le elezioni è già bello e cotto dopo poco tempo, pronto ad essere sconfitto, anzi travolto, alle elezioni successive. Ma oggi in Italia, a quanto pare, no. Colpa dei leader della sinistra? Della loro incapacità di presentarsi come una responsabile forza di governo? C’è un limite in tanti ragionamenti sulla sinistra.