Quando in Italia si terranno le elezioni politiche, nel 2027, il Partito Democratico avrà compiuto vent’anni.
Vent’anni di una scommessa: per fare una Italia nuova serve un grande partito di centrosinistra con cultura di governo. Si diceva allora, e io credo che valga anche oggi, che per poter incidere e fare le riforme di cui c’era e c’è bisogno in Italia, servisse avere una visione generale, resistere ai particolarismi e alle rendite di posizione e quindi la coalizione di governo dovesse strutturarsi non nell’incrocio di piccole forze identitarie, ma intorno a una forza strutturata, con un peso e con cultura di governo.
Oggi, con una Italia in declino economico e in inverno demografico, gravata da tre anni e mezzo di governo di una destra che ha rimandato tutte le scelte cruciali – dagli investimenti per l’autonomia energetica alle decisioni sull’acciaio – e con l’Europa che richiede un salto nel processo di integrazione, l’esigenza di fare un Italia nuova è più forte e necessaria che mai. Serve quindi un mandato elettorale chiaro e solido nelle intenzioni e nei numeri.
La strada della radicalità. Solo così la sinistra vince
È in questo quadro che si riaffaccia anche su questo giornale il dibattito sul “che fare”, cioè su come avere il consenso necessario per cambiare lo stato di cose. E si riaffaccia il distinguo centenario tra riformismo e radicalità. Ed è per questo che mi sembra necessario ribadire quel che significa essere riformisti in questa fase storica: sapersi misurare con la realtà delle cose e delle forze in campo. Non fare testimonianza, ma dire su quale aspetto della realtà si vuole incidere e come, e con quale mandato elettorale. Perché la maggioranza degli italiani ha più di una preoccupazione per il proprio futuro e chi fa politica dovrebbe sentire per prima cosa la responsabilità di rispondere alle preoccupazioni per la sicurezza fisica e economica, per le opportunità che ci sono o meno per i più giovani, piuttosto che rivolgersi interdizioni o affibbiarsi patenti di sinistra.








