Filippo Sensi rispondendo a Marco Damilano dice che i “riformisti” non solo hanno pieno diritto di cittadinanza nel Pd, ma sono utili per dare concretezza e completezza all’offerta politica dem. Lui come tanti per “riformisti” intende quella parte del Partito democratico che non si riconosce del tutto nella leadership di Elly Schlein perché la considera troppo radicale, incapace di parlare a settori della società italiana più moderati e indispensabili per diventare come centrosinistra maggioranza.
Concordo con Sensi che il Pd abbia da guadagnare da un confronto libero tra declinazioni diverse della sua proposta al Paese, a patto che la proposta mantenga una sua unità. Invece mi lascia più che perplesso un problema a monte: l’uso apodittico, oramai è un’abitudine diffusa, della parola riformismo.
Le parole hanno una storia che certamente può cambiare e modificarne il senso, ma della quale è bene non perdere memoria per evitare che il senso semplicemente non ci sia più. Credo che la parola riformismo corra questo rischio. È nata nel movimento socialista per indicare l’idea di un cambiamento sociale profondo ma graduale, fuori da strappi violenti o comunque rivoluzionari. Ed è nata in contrapposizione alla parola massimalismo.








