Milano nel 1962 era un mosaico gastronomico incerto, sospeso tra polente dense, pentoloni di cassoeula e vasche di nervetti (“buonissimi”) che riempivano le cucine popolari. Sapori ruvidi, intensi, legati alle stagioni, al territorio e al caldo della legna. In quel contesto, una giovane coppia – Aimo, 29 anni, e Nadia, 22, arrivati dalla campagna toscana – scelse di aprire una trattoria in una viuzza periferica, con la consapevolezza di sparigliare le carte. Quell’avventura, la Trattoria da Aimo e Nadia, ha attraversato i decenni, trasformandosi nel Luogo di Aimo e Nadia, conquistando la critica e affermando una cucina che parla con voce nitida, custode di una filosofia che è memoria viva.
Aimo si è spento il 6 ottobre a 91 anni, ma il suo insegnamento resta nei suoi allievi e si può sintetizzare in una convinzione profonda: “La cucina non è né povera né ricca. È buona, e basta”. In quella semplicità stava il miracolo: elevare ciò che è quotidiano, come il pane e pomodoro o come un minestrone (diventato “la zuppa etrusca”), a oggetto di devozione gastronomica. Non era la cucina delle mode, ma della sostanza, radicata nella Toscana d'origine e con lo sguardo aperto al mondo. Ambizioso, Aimo voleva creare uno stile: invece di aderire alla rigida “cucina alta” di stampo francese, scelse di partire dal quotidiano — pasta, olio, legumi — e di alzare l’asticella. Così nacquero nel 1965 gli Spaghetti al cipollotto fresco e peperoncino, evoluzione gentile della pasta aglio, olio e peperoncino, divenuti il suo piatto-manifesto.










