AZZANO DECIMO (PORDENONE) - «Dopo 21 anni di tribolazione, perché non era mai finita, posso considerarmi libero». La voce pacata dell'ingegner Elvo Zornitta tradisce un po' di emozione. Ha appena parlato con i suoi avvocati e può tirare un sospiro di sollievo. «Sì, un sollievo per me e per la mia famiglia. Noi siamo all'antica, siamo sempre stati legati. Ho sofferto insieme a mia moglie e mia figlia, le sto aspettando, credo che festeggeremo».

Oggi ha 68 anni ed è in pensione. È stato il principale sospettato di Unabomber. Il poliziotto accusato di aver manomesso la prova regina, quella che avrebbe dovuto inchiodare l'ingegnere di Azzano appassionato di bricolage, è stato condannato. Credeva che fosse tutto finito. Invece si è ritrovato indagato nuovamente. «Io sarei stato anche sereno - ammette - Il problema è che sono stato scottato già una volta e hai sempre paura che succeda di nuovo». Questa storia ne ha minato la salute e adesso spera almeno di poter eliminare i farmaci che è costretto a prendere per dormire. «La volontà è forte, ma ogni volta che ho tentato di rialzarmi, c'era qualcosa di nuovo... Ciò che mi è stato tolto nessuno me lo restituirà».

Adesso resta aperto soltanto il capitolo del risarcimento. Zornitta ha chiesto allo Stato un milione di euro per i danni patiti dalla prima inchiesta che, a partire dal 26 maggio 2004, quando i carabinieri gli fecero irruzione in casa per perquisirlo, sconquassò la sua vita. Ne ha ottenuti 300mila per la prova alterata, un falso dove si diceva che il lamierino trovato in un ordigno di Unabomber era stato tagliato con una forbice sequestrata nel suo laboratorio. Una somma che secondo l'ingegnere non è congrua. Il caso è fermo in Cassazione. Per ora lo Stato non sborsato un euro.