Se Stalin amava convocare i propri gregari fino a notte fonda, ascoltandoli attentamente per ore dopo averli fatti bere per indurli a esporsi, Vladimir Putin preferisce esporre se stesso. Creando occasioni, sempre più frequenti, per salire su un palcoscenico e proclamare il proprio pensiero davanti a un pubblico compiacente – che siano i suoi ministri, o personalità straniere, o gente comune - che apprezza ogni battuta, applaude, fa le domande giuste e naturalmente non contraddice.

In una di queste messe in scena di finta spontaneità, il 2 ottobre scorso a Sochi per il Forum Valdai, il presidente russo ha anche tirato fuori una raccolta di poemi di Pushkin.

La sua copia personale che sfoglia «quando ho cinque minuti di tempo», ha rivelato fingendo imbarazzo, e dalla quale ha recitato alcuni versi dell’”Anniversario di Borodino”, consacrati alla battaglia del settembre 1812 simbolo della capacità di resistenza russa di fronte all’aggressione occidentale.

«Qui c’è la risposta a molte domande», ha spiegato Putin. Per poi schermirsi di fronte all’intervistatore che gli chiedeva se non sente affinità con Alessandro I, che sconfisse Napoleone: «No – ha risposto il capo del Cremlino -. Per prima cosa, Alessandro I era un imperatore, mentre io sono un presidente eletto dal popolo per un periodo limitato, c’è una bella differenza».