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Su diversi giornali è stata data la notizia che gli Stati Uniti starebbero pensando di imporre dazi del 107 per cento (quindi altissimi) sulla pasta italiana da gennaio del 2026. Da mesi sui dazi c’è una certa imprevedibilità, principalmente a causa delle politiche confuse del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che li ha più volte annunciati, posticipati, sospesi e reintrodotti, con l’obiettivo di ottenere quello che vuole dalle negoziazioni internazionali.
I possibili dazi sulla pasta italiana sono però legati a un’altra storia che ha poco a che vedere con le politiche di Trump, e soprattutto non è ancora detto che effettivamente saranno introdotti. Ci spieghiamo.
Sollecitato da alcuni produttori di pasta statunitensi, il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha avviato lo scorso anno un’indagine su presunte pratiche di dumping da parte di alcuni produttori di pasta italiani. Il dumping è una pratica commerciale scorretta con cui i produttori vendono la loro merce a un prezzo ribassato e sotto il costo di produzione, con l’obiettivo di sbaragliare la concorrenza. Per correggere il dumping di solito gli stati decidono di applicare i cosiddetti “dazi antidumping”, cioè una tassa all’importazione stabilita per tentare di riportare il prezzo finale di vendita a un livello considerato più equo. Un esempio sono quelli introdotti dall’Unione Europea sull’importazione di auto elettriche cinesi.













